Eleonora Gugliotta: mostra "Scorie Microcosmiche" presso ex studio di Piero Manzoni a Brera, Milano

Eleonora Gugliotta – Scorie Microcosmiche – Ex studio di Piero Manzoni

Nell'atelier più famoso di Milano assieme a quello di Lucio Fontana, quello di via Fiori Chiari, a Brera, che fu il rifugio-laboratorio di Piero Manzoni, è apparsa forse una stella, afferma in qualche modo la mostra-installazione site specific di Eleonora Gugliotta, che sta per essere inaugurata. Una sperimentazione artistica trova, ora, degna discendenza in E.G. che ti fa camminare sulla propria pelle.

Di che cosa si tratta, prego? Lo scrive lei stessa: "Questo progetto si pone come elemento di riflessione intorno a due sfere: l'inibizione […] e il rifiuto (inteso come scarto), strettamente collegati tra loro". A voler tradurre: scorie o residui intimi del corpo, come "peli, pelucchi, polveri, briciole" di pelle. Ad osservarli con una lente di ingrandimento - insiste Eleonora - "si percepiscono dei microcosmi le cui scale di grandezza risultano infinte", o quasi. Attenzione: "proprio come nelle texturologies dell'informale segnico di Dubuffet in cui la composizione grafica sembra a tratti tutt'altro che casuale". Ebbene: "L'impatto emotivo della visione ingigantita di tali soggetti conduce a una specie di violenza nei confronti dei pudori e pensieri occulti che rendono quasi scomoda e imbarazzante tale visione". Suppongo che questa provocazione verbale possa favorire l'impatto visivo e tattile, spaziale o per meglio dire ambientale presentato dalle installazioni di Eleonora che, in un certo senso, mettono i peli al muro e al pavimento.

Me la figuro nel mentre annuncia, incedendo, questo accesso a un mondo fantasmatico, il proprio universo mondo artistico.

"L'accesso però a questo spazio senza vergogna è consentito - avverte Eleonora - solo in maniera 'totale' […]". Vi si può accedere soltanto a piedi nudi. Affinché, attraverso il contatto tattile, per dirla alla Bernard Berenson, o secondo altri remoti paradigmi cari alla psicologia della forma di conio woelffliniano, si attui un'esperienza sinestetica.

Dal momento che "tutto questo provoca tendenzialmente una sorta di rifiuto e disgusto che tanto più è evidente in un individuo, tanto meglio risulta essere necessario abolirlo", Eleonora adotta proprio questo termine: "per arrivare a una purificazione" che, nel caso, parrebbe suonare come una volontaria regressione allo stato primordiale o natale del bambino mentre succhia, accorato, la sua creatura, il capezzolo della mamma. Quello stesso seno che, entro un lasso di tempo relativamente breve, prenderà ad odiare scoprendo quanto non gli appartiene totalmente. Non è, come credeva, parte di sé, un suo ineffabile creato.

In un angolo dell'atelier l'etereo fantasma del conte, l'ectoplasma vagante di Piero Manzoni sorride compiaciuto per questo ritorno alla prima infanzia a cui si è rivolto, insistentemente, tutto il suo operato. "Merda d'artista" in primis, ma anche "fiato d'Artista", prodotti tutti "poveri", ricavati da una forma di scarto umano.

E continua la Gugliotta: "La volontà non è quella di demonizzare i soggetti qui messi sotto osservazione quanto rompere le sovrastrutture mentali collegate a tali oggetti. Revisionare e riformulare le nostre supposizioni precostituite, distruggere gli schemi."

Un viaggio spazio-temporale di stampo esistenziale che richiama a sé un residuo freudiano e le sue elaborazioni più recenti, Jacques Lacan in testa; un viaggio oltre i confini della vergogna e del reale in grado di risuonare come un riscatto del Divino marchese o come un inaudito riferimento alla stoppa che, celata dal suo sarto sotto le ascelle della giacca estiva di Casanova, gli ha permesso la rocambolesca fuga dai "piombi" di Venezia. Una magnifica fuga dalla realtà che assomiglia molto a quelle inscenate da Piero Manzoni e alla presente, messa in atto da Eleonora Gugliotta.

Rolando Bellini

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