Catarsi Crisadelica, 2016
Performance

Catarsi Crisadelica


BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA


Catarsi Crisadelica è la documentazione di una performance incentrata sulla trasformazione dell’essere umano, analizzata come un processo complesso e contraddittorio. Al centro del progetto vi è il conflitto tra l’essenza naturale dell’uomo, inteso come parte della natura creatrice, e la sua progressiva alienazione come prodotto di un sistema funzionale ed economico. Questo paradosso esistenziale, ormai interiorizzato in modo inconsapevole, viene evocato attraverso una metafora biologica: quella del ciclo vitale dei lepidotteri.
L’evoluzione di questi insetti, in particolare il passaggio dalla crisalide alla nascita dell’imago (la farfalla adulta), diventa specchio simbolico del percorso umano. La crisalide rappresenta il momento di ritiro, elaborazione e formazione, mentre la fuoriuscita da essa simboleggia la rinascita dell’essere. Allo stesso modo, l’uomo è chiamato a un “distacco” dalle strutture educative e sociali iniziali per approdare a una nuova consapevolezza, più autentica e autonoma.
Durante la performance, questo processo viene interrotto da un repentino cambio di luci, che rompe la fluidità del racconto e reintroduce bruscamente la realtà. Tale gesto scenico è pensato come disturbo visivo e simbolico, un invito a riflettere sull’ambiguità della trasformazione e sul camuffamento obbligato che l’essere umano è spesso costretto ad attuare per potersi adattare al mondo. Ne emerge un interrogativo sulla natura stessa dell’identità e sull’invisibilità del nostro vero essere, spesso oscurato da convenzioni e maschere imposte.
Il progetto è stato presentato in Accademia di belle arti di Brera (Milano) in occasione della laurea di secondo livello, ottenendo il massimo della valutazione e la lode.


 

ESTRATTO DALLA TESI DI LAUREA DI BRERA DI ELEONORA GUGLIOTTA:

Un paradigma indiziario: «Siamo ciò che conserviamo»

 

«Se si adotta il punto di vista che la ‘conoscenza’ è il mezzo concettuale per dare senso all’esperienza anziché la ‘rappresentazione’ di qualcosa che si ritiene stia al di là di essa, questo cambiamento di prospettiva porta con sé un importante corollario:

i concetti e le relazioni in base ai quali percepiamo e concepiamo il mondo esperienziale sono necessariamente generati da noi stessi.

In questo senso noi siamo responsabili del mondo di cui andiamo facendo l’esperienza»

E. Von Glasersfeld

 

Ebbene sì, conserviamo le idee sulla vita, l’idea di noi stessi e lo facciamo attraverso le nostre convinzioni. È la memoria che conserva per noi l’idea della nostra esperienza che conduce alla nostra identità che ci raccontiamo e conserviamo ancora. Conserviamo ciò che ci conserva, l’idea coerente con cui narriamo noi stessi, il nostro vissuto, la nostra essenza. Conserviamo come fosse una mania seriale oggetti, persone, esperienze; e lo facciamo in modo ordinato, attraverso logiche di pensiero, fatti che si sono tradotti in convinzioni che a loro volta ci guidano.
La vita non è altro, dunque, che l’esperienza di uno stato mentale; esperienza di cui abbiamo coscienza attraverso un corpo, un mondo e l’esistenza degli altri all’interno di uno specifico luogo e tempo e soprattutto attraverso le operazioni di cognizione e memorizzazione dell’esperienza avuta come conoscenza acquisita.
Il tutto viene filtrato secondo la logica e la ragione che vanno a costituire il mondo delle credenze e convinzioni. Husserl, nonostante contesti lo psicologismo, sosteneva che sono proprio le leggi della logica a muovere la necessità su cui si basa la volontà stessa del conoscere e del pensare.
Il nuovo, il cambiamento, si sviluppano alla luce della creatività, dell’immaginazione, per favorire un adattamento. Un luogo dove non vi è la consapevolezza e in cui i sensi ci guidano verso un mondo che ancora non si è concretato. Ma il mondo è vago e noi stessi siamo sufficientemente vaghi, tanto da esser capaci di capirci a vicenda. Lo scontro tra gli individui avviene, molto probabilmente, quando si cerca di condividere questo mondo, e farlo diventare l’uno il mondo dell’altro. É lì che ci si rifugia nell’immaginario ed è lì che probabilmente risiede il motivo della nostra solitudine.

«La credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà è la più pericolosa di tutte le illusioni»
Paul Watzlawick

In buona sostanza la vita è un processo cognitivo, come si potrebbe dedurre dalla filosofia costruttivista. Tale processo nasce dall’esperienza individuale, dalla struttura dell’osservatore che interpreterà l’informazione ricevuta. Infatti non è tanto l’informazione in sé ad avere un significato quanto quello che gli viene attribuito dal sistema con cui interagisce, e l’arte ne è un esempio. Ecco perché la sua stessa esistenza o visione oggettiva può essere ammessa “tra parentesi”, secondo un’espressione di Husserl.

Viene così attribuita un’importanza nuova ed estremamente forte all’osservatore e tutte le proprietà che si credeva facessero parte delle cose, si spostano verso di lui, o più nello specifico verso il suo atto intenzionale, il suo pensiero.
La percezione, che sia uditiva o visiva si attua all’interno del contesto della simultaneità. Nel senso che noi percepiamo, riconosciamo, elaboriamo e utilizziamo in contemporanea i neuroni, al fine di realizzare il fascio di tali operazioni cognitive. La percezione umana porta con sé il riconoscimento degli elementi analizzati ed il loro uso, senonché noi ne percepiamo soltanto parzialmente gli elementi in gioco; e per comprendere ciò che è fuori dalla nostra portata, a mio avviso, ci serviamo della nostra esperienza, anche se non del tutto consapevolmente. Tale percezione porta con sé, quindi, l’utilizzo di paradigmi e memorie. Motivo per il quale un artista non può prescindere dal percepire il proprio mondo interno al fine di comprendere il mondo, al fine di dire a cosa serve il mondo e per dire del mondo in generale.

Questa figura è data da una specifica scrittura narrativa del praghese Franz Kafka. Il testo kafkiano è in qualche modo reificato in altro da sé e ovviamente, Metamorphosis, e ciò importa in qualche riferimento anche ai sostrati, alle implicazioni simboliche, ai contenuti concettuali che animano questo racconto. Ecco perché il testo scritto che è seguito alla realizzazione dell’evento performativo vissuto assume così il carattere di una “confessione”. Meglio ancora: una riflessione introspettiva tesa ad esplicitare tutte le problematiche, i dubbi e le incertezze delle mancanze che hanno accompagnato la genesi metamorfica di questa operazione artistica.

Eleonora Gugliotta

 

condividi su:


torna indietro

ITA