Catarsi Crisadelica, 2016
Performance

Catarsi sotto forma di “performance”

In questo progetto vengono indagati diversi aspetti. Innanzitutto quello della constatazione di come la vita dell’uomo sia oggi animata da un’alternanza indefinita e indefinibile tra ciò che siamo come esseri umani, figli della natura creatrice, e ciò che siamo come prodotti di un sistema, sistema finalizzato alla funzionalità economica che snaturalizza l’essenza stessa dell’uomo e lo allontana dalla sua dimensione “naturale”.

Questo paradosso che l’uomo vive ormai inconsapevolmente, viene dalla performer interiorizzato e personificato attraverso un parallelismo tra vita umana ed animale. Nello specifico il ciclo evolutivo dell’uomo diventa un riflesso a quello degli insetti olometaboli che nella loro “micro-complessità” rappresentano, meglio di altre specie animali, la complessità non solo organica ma anche empirica dell’uomo.
Dunque, verrebbe spontaneo richiamarsi a Bacone e al suo notissimo elogio delle api. Il legame tra la performance e la natura, tra l’uomo istintivo o primitivo e l’uomo razionale ed evoluto è in qualche modo rispondente a quanto questo filosofo dice sul conto della natura stando dalla parte delle api.

Esistono varie fasi evolutive della vita di un insetto – tema peraltro affrontato da par suo da Kafka – e quella dei Lepidotteri (gli insetti caratterizzati dalle ali), ha un complesso ciclo evolutivo che racchiude paradigmi universali, i quali poi si riflettono con i cicli evolutivi dell’uomo. Nel ciclo evolutivo dei lepidotteri interessano particolarmente due emblematiche fasi: la formazione della Crisalide che si genera intorno all’embrione o alla larva e la seconda fase, che è appunto quella stigmatizzata dal distacco da questa muta ninfale (Distacco dall’Imago), per consentire quindi la nascita, o meglio la ri-nascita dell’essere, paragonando quindi l’uomo a una sorta di germoglio sofferto e complesso… Egli infatti dopo il primo ciclo che è quello della nascita e crescita, che include quindi tutto il percorso formativo e di acquisizione delle norme del “vivere”, procede il suo percorso evolutivo o mutante con il radicale distacco da qualsiasi legame nei confronti di ciò che era prima.

Dopo la rappresentazione e interpretazione di questo processo, ad un certo punto della performance, avviene una sorta di interruzione drastica, attraverso un cambio di luci: il “ritorno” alla realtà. Questo cambio di luci si pone come elemento di disturbo, come arresto del fluire narrativo o performativo che genera, alla perfine, una sorta di racconto che, quanto meno in principio (e nel richiamo sotteso a specifica fenomenologia darwiniana) pareva essersi portato ad un epilogo “felice”. Questo cambio di scena spiazzante, seppur continuativo e senza alcun reale cambio di ambientazione, mira a lasciare nel fruitore un sentimento di spaesamento e interrogazione sulla natura della stessa trasformazione o mutazione in atto e dunque sulla identità e sulla stessa natura dell’uomo.

Per citare Majakovskij, “dove ci si è apprestata una tana”. Ma anche su quanto invisibile finisca per diventare il nostro vero “manto” – il nostro vero essere – a causa del camuffamento quasi obbligato che l’uomo deve attuare per stare nel mondo o meglio ancora “saper” stare al mondo. La “tana”, il travestimento o vestimento costituito dopo una certa data storica dall’abito mondano, sono tutti elementi indiziari utili a riconoscere la più e meno consapevole ripresa di una metafora famosissima, quella agita da Friedrich Nice in Zarathustra, laddove il protagonista esce dalla caverna e scende dalla montagna in mezzo agli uomini.

E’ indispensabile quindi saper guardare al mondo con occhi lucidi e oggettivi, cioè senza il trascinamento delle ancore infantili, le restrizioni e i turbamenti consci o inconsci dell’esperienza umana, ma anche, e non per ultimo, eludendo il peso dell’influenza di una società basata sulla finzione mediatica e sulla povertà intellettuale, sul nichilismo e l’incessante esigenza a sopraffarsi; occhi che solo così diventano paradossalmente carichi di una capacità fuori da ogni limite di fantasia, ciò che potrebbe restringere il campo dell’immaginazione. Si deve agire così, del resto, allorquando si tenta di creare nuove, stimolanti realtà inesistenti, nel mondo “comune”, affatto inattese in relazione al modo corrente di percepire e scrutare la realtà, in tutta la sua complessità e ricchezza. E di contro, si intenti piuttosto di cogliere con sguardi inediti una messe di particolari prima invisibili o scarsamente considerati e perciò mai esplorati e vissuti, sviluppando così la capacità di slegare e distinguere ciò che si pone visivamente davanti ai nostri occhi e gli schemi legati ad esso, ciò che si cela ai nostri sguardi e ciò che invece dev’essere ancora rivelato. In fondo, il compito dell’arte è questo, e questo deve essere anche il nerbo dell’azione performativa.

 

 

 

Un paradigma indiziario: «Siamo ciò che conserviamo»

 

«Se si adotta il punto di vista che la ‘conoscenza’ è il mezzo concettuale per dare senso all’esperienza anziché la ‘rappresentazione’ di qualcosa che si ritiene stia al di là di essa, questo cambiamento di prospettiva porta con sé un importante corollario:

i concetti e le relazioni in base ai quali percepiamo e concepiamo il mondo esperienziale sono necessariamente generati da noi stessi.

In questo senso noi siamo responsabili del mondo di cui andiamo facendo l’esperienza»

E. Von Glasersfeld

 

Ebbene sì, conserviamo le idee sulla vita, l’idea di noi stessi e lo facciamo attraverso le nostre convinzioni. È la memoria che conserva per noi l’idea della nostra esperienza che conduce alla nostra identità che ci raccontiamo e conserviamo ancora. Conserviamo ciò che ci conserva, l’idea coerente con cui narriamo noi stessi, il nostro vissuto, la nostra essenza. Conserviamo come fosse una mania seriale oggetti, persone, esperienze; e lo facciamo in modo ordinato, attraverso logiche di pensiero, fatti che si sono tradotti in convinzioni che a loro volta ci guidano.
La vita non è altro, dunque, che l’esperienza di uno stato mentale; esperienza di cui abbiamo coscienza attraverso un corpo, un mondo e l’esistenza degli altri all’interno di uno specifico luogo e tempo e soprattutto attraverso le operazioni di cognizione e memorizzazione dell’esperienza avuta come conoscenza acquisita.
Il tutto viene filtrato secondo la logica e la ragione che vanno a costituire il mondo delle credenze e convinzioni. Husserl, nonostante contesti lo psicologismo, sosteneva che sono proprio le leggi della logica a muovere la necessità su cui si basa la volontà stessa del conoscere e del pensare.
Il nuovo, il cambiamento, si sviluppano alla luce della creatività, dell’immaginazione, per favorire un adattamento. Un luogo dove non vi è la consapevolezza e in cui i sensi ci guidano verso un mondo che ancora non si è concretato. Ma il mondo è vago e noi stessi siamo sufficientemente vaghi, tanto da esser capaci di capirci a vicenda. Lo scontro tra gli individui avviene, molto probabilmente, quando si cerca di condividere questo mondo, e farlo diventare l’uno il mondo dell’altro. É lì che ci si rifugia nell’immaginario ed è lì che probabilmente risiede il motivo della nostra solitudine.

«La credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà è la più pericolosa di tutte le illusioni»
Paul Watzlawick

In buona sostanza la vita è un processo cognitivo, come si potrebbe dedurre dalla filosofia costruttivista. Tale processo nasce dall’esperienza individuale, dalla struttura dell’osservatore che interpreterà l’informazione ricevuta. Infatti non è tanto l’informazione in sé ad avere un significato quanto quello che gli viene attribuito dal sistema con cui interagisce, e l’arte ne è un esempio. Ecco perché la sua stessa esistenza o visione oggettiva può essere ammessa “tra parentesi”, secondo un’espressione di Husserl.

Viene così attribuita un’importanza nuova ed estremamente forte all’osservatore e tutte le proprietà che si credeva facessero parte delle cose, si spostano verso di lui, o più nello specifico verso il suo atto intenzionale, il suo pensiero.
La percezione, che sia uditiva o visiva si attua all’interno del contesto della simultaneità. Nel senso che noi percepiamo, riconosciamo, elaboriamo e utilizziamo in contemporanea i neuroni, al fine di realizzare il fascio di tali operazioni cognitive. La percezione umana porta con sé il riconoscimento degli elementi analizzati ed il loro uso, senonché noi ne percepiamo soltanto parzialmente gli elementi in gioco; e per comprendere ciò che è fuori dalla nostra portata, a mio avviso, ci serviamo della nostra esperienza, anche se non del tutto consapevolmente. Tale percezione porta con sé, quindi, l’utilizzo di paradigmi e memorie. Motivo per il quale un artista non può prescindere dal percepire il proprio mondo interno al fine di comprendere il mondo, al fine di dire a cosa serve il mondo e per dire del mondo in generale.

Questa figura è data da una specifica scrittura narrativa del praghese Franz Kafka. Il testo kafkiano è in qualche modo reificato in altro da sé e ovviamente, Metamorphosis, e ciò importa in qualche riferimento anche ai sostrati, alle implicazioni simboliche, ai contenuti concettuali che animano questo racconto. Ecco perché il testo scritto che è seguito alla realizzazione dell’evento performativo vissuto assume così il carattere di una “confessione”. Meglio ancora: una riflessione introspettiva tesa ad esplicitare tutte le problematiche, i dubbi e le incertezze delle mancanze che hanno accompagnato la genesi metamorfica di questa operazione artistica.

Eleonora Gugliotta

 

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